L’immigrazione a Torino vista da un americano

Ho letto qui di un articolo scritto dal giornalista Gerald Robbins che lavora per “The Weekly Standard”, un settimanale americano con sede a Washington. Questo articolo parla di Torino e dell’immigrazione in Italia e mi sono preso la briga di tradurlo (scusate gli eventuali errori che potete segnalarmi) per chi non conoscesse l’inglese, così possiamo discuterne insieme.

“L’immigrazione in Italia preoccupa – Torino è un esempio del futuro incerto dell’Italia”

Torino

Osservando il mercato pubblico di questa città – uno dei più grandi in Europa – si nota che non è solo uno spettacolo culinario per la vista, ma anche un’accurata rappresentazione delle dinamiche sociali che stanno modellando il Continente. Tra le bancarelle colorate di frutta e verdura, i pensionati alla ricerca del prezzo più basso si spintonano con iperattivi gestori di ristoranti che badano alla qualità piuttosto che al prezzo. I caotici selciati talvolta diventano strade uniformi mentre mamme con i capi avvolti da foulard e abbondantemente imbacuccate da tuniche dalle mille forme quali simboli della loro identità islamica, spingono i passeggini.

Altri dettagli emergono andando in macelleria e in polleria. Posta in un angolo sottratto alle insegne che pubblicizzano  carne di vitello, capra, coniglio e bistecche di cinghiale (una prelibatezza locale), troviamo la bancarella halal per la sempre più grande comunità musulmana. C’è un ininterrotto viavai di marocchini dalle teste incappucciate e di clienti somali vestiti con i jeans che alimentano un giro d’affari simile a quello dei chioschetti vicini. Il simbolo di un prosciutto è sorprendentemente mostrato tra i pezzi di carne che sono esposti, certamente proveniente da una parte diversa della gamba del maiale.

In Italia risiedono circa un milione di musulmani, che comprendono emigranti nord africani, sub sahariani e dai Balcani. Le comunità più grandi sono diffuse ovunque nell’industriale Italia del nord, soprattutto nelle città di Torino e Milano. A prima vista, sembrerebbe che la popolazione italiana di 58 milioni di persone riesca ad organizzarsi facilmente assorbendo il flusso degli immigrati. Le previsioni demografiche dicono l’opposto. La popolazione locale italiana ha praticamente un tasso di natalità pari a zero, risultando il più basso in Europa (in un panorama europeo già difficile) e con una delle popolazioni più anziane del mondo. Le potenziali ripercussioni sono drammatiche, specie per una cultura che è praticamente sinonimo di usanze e regole cattoliche.

La situazione attuale di Torino può indicare ciò che attende l’Italia. I suoi abitanti amano sottolineare come la storia moderna dell’Italia cominciò qui. Torino fu la prima capitale del Paese nel periodo risorgimentale del diciannovesimo secolo, il processo che ha unito le varie regioni d’Italia nell’attuale Stato. Per via della condizione di città guida, Torino è anche divenuta un centro creativo e intellettuale – qui è nata una fiorente industria cinematografica decenni prima dell’avvento di Fellini e De Sica. Gli anni dopo la seconda guerra mondiale hanno trasformato Torino in un centro industriale. E’ conosciuta come la “Detroit” d’Italia a causa della Fiat, il gigante automobilistico italiano, che ha sede qui.

L’industrializzazione ha anche portato cambiamenti nella composizione sociale di Torino. Il richiamo della Fiat di un lavoro dignitoso e cambiamenti socio-economici hanno causato una massiccia migrazione interna, in particolar modo dal sud Italia. Ne sono nati contrasti regionali tra gli arretrati meridionali e i più sofisticati torinesi, portando un periodo segnato da continui conflitti e tensioni. L’atmosfera carica di tensione di quasi cinquant’anni fa è scomparsa, con la seconda generazione degli emigranti meridionali di Torino che si è integrata nel tessuto urbano.

L’immigrazione di oggi è una replica di quella del recente passato? Un approfondito studio dice di no. L’indagine, svolta dal Centro Federico Peirone di Torino nel 2001-2002, evidenzia notevoli differenze tra il flusso migratorio dal sud Italia e lo scenario di oggi. Nonostante lo studio sia stato fatto diversi anni fa, tuttavia fornisce un’analisi dettagliata circa le sfide che Torino e la scoeità italiana stanno affrontando.

Probabilmente la scoperta più significativa dello studio Peirone ha a che fare con la supposta relazione tra la dimensione della famiglia e l’industrializzazione. E’ idea diffusa che le grandi famiglie molto diffuse nelle laboriose società agricole sono diminuite vistosamente con i trasferimenti nei centri urbani. Mentre la seconda generazione dei meridionali italiani e i recenti arrivi dalla Romania (ad oggi la comunità di immigrati più grande di Torino)  si sono ridotti a nuclei familiari di appena tre persone, quelli provenienti da un ambiente arabo-musulmano difficlmente sono cambiati. La dimensione media di una famiglia appena giunta dal Marocco è di sei componenti, che diminuisce a malapena a meno di cinque persone con la seconda generazione.

Un’altra interessante conclusione riguarda l’aspetto religioso. Lo studio ha evidenziato una grande differenza quando ha preso in cosnderazione l’Islam. I marocchini e gli albanesi – le due comunità musulmane più grandi di Torino – sono ai due estremi opposti della garduatoria. Solo il 10% degli albanesi dichiara di pregare o seguire un qualche rito islamico. Al contrario, un terzo dei marocchini di Torino crede in una società fondamentalista, un sentimento che quasi raddoppia fino al 60% quando è stato chiesto espressamente circa l’uso del velo o l’amputazione di una mano per i ladri.

L’interesse civico verso gli emigrati è stato disomogeneo. La comunità romena polarizza più interesse politico per via del recente ingresso in Europa del loro Paese – anche la somiglianza linguistica aiuta in tal senso. Invece la popolazione islamica di Torino non viene vista come un potenziale bacino politico su cui puntare. C’è un centro culturale islamico che il comune ha aiutato a nascere in uno dei quartieri vicini, ma la sua efficacia nel campo degli interessi sociali è flebile.

L’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII) è un altro canale, ma tutta la politica in Italia ha carattere locale, in particolare a livello di singolo Comune. Torino, Bologna e Firenze sono governate da amministrazioni comuniste, ma le loro politiche nei confronti dell’immigrazione sono decisamente diverse. Mentre Torino mostra un atteggiamento moderato, quasi di nonchalance verso il fenomeno, Firenze e Boologna adottano una politica dalla linea dura. Alcuni osservatori attribuiscono questa discrepanza all’espoerienza di Torino avuta con l’immigrazione dal sud Italia, un fenomeno simile col quale le meno industrializzate Bologna e Firenze non avevano dovuto confrontarsi. Qualunque sia il motivo reale, il fenomeno dell’immigrazione mette alla prova l’unione dei partiti in tutta Italia.

Meno del 10% dei 900.000 abitanti di Torino sono immigrati. La popolazione islamica della città si aggira intorno alle 40.000 unità ma non tiene conto dei clandestini. Basandosi su queste cifre, i timori per una Torino “islamizzata” sembrano esagerati. Tuttavia non vanno completamente sottovalutati. Solo il 15% dei residenti di Torino ha meno di diciott’anni, mentre quasi un terzo della popolazione sono pensionati. Le obsolete infrastrutture sociali, l’immigrazione culturalmente diversa, e le risposte disunite da parte del Governo portano a un futuro incerto.

6 Responses to “L’immigrazione a Torino vista da un americano”


  1. 1 Asended martedì 4 dicembre, 2007 alle 11:42

    Va anche detto che il Weekly Standard e’ un giornale di posizioni abbastanza conservatrici. Comunque e’ interessante.

  2. 2 giorgio martedì 4 dicembre, 2007 alle 14:13

    Ciao. Questa cosa non la sapevo, a dire il vero non conoscevo neanche il Weekly Standard..

  3. 3 massim mercoledì 5 dicembre, 2007 alle 15:06

    Si, credo proprio che come c’è scritto nell’articolo la storia riservi ancora una volta per Torino un ruolo di città guida. Il paragone con l’immigrazione interna del dopoguerra a mio parere ci può stare. Questa esperienza passata è di certo un arrichhimento che, si spera, faccia vivere meno tensione sociale possibile in futuro.

  4. 4 ennio sabato 23 febbraio, 2008 alle 19:06

    torino, la padania, l’italia, l’europa sono spacciate, è solo una questione di tempo.
    Peccato, ma io ho la coscienza a posto e potro’ morire senza rimpianti nè rimorsi

    Ennio

  5. 5 giulio.m martedì 1 aprile, 2008 alle 13:19

    quoto asended… questo giornale si è dichiarato in vari articoli razzista senza molti giri di parole, e ha fatto molte campagne di movimento con bossi… il bossi che indica in questo articolo che stà per perire….
    mha|| per me questa visione pessimistica dell’italia non è indotta da un’elevata immigrazione ma da una fase adolescenziale degli italiani,
    vediamo un pò il nostro paese coe un genitore rompiballe che non ci dà l’opportunità di lavorare con una attività già avviata, il lavoro c’è per 1 milione di extra e c’è per tutti gli italiani, bisogna inventarselo e accontentarsi, anche all’operaio piace avere il figlio dittore dice la canzone “contessa”…. embè si ci piace a tutti essere dottori ma per esserci i dottori c’è bisogno di infermieri, giardinai, muratori, ecc. senno’ non si và avanti.
    quindi morale della storia: ITALIANI ACCONTENTATEVI

    Giulio

  6. 6 giorgio mercoledì 2 aprile, 2008 alle 9:54

    Ciao Giulio. Come ho già scritto non conoscevo questo giornale e tantomeno sapevo che fosse politicamente schierato. Mi interessa il tuo punto di vista sugli italiani: credo che ci sia della verità nelle tue parole, ci sono molti lavori “umili” svolti da extracomunitari mentre molti italiani restano disoccupati. Secondo me però gli italiani che sono disoccupati non sono tali in quanto pigri o svogliati (ci saranno anche quelli, non lo metto in dubbio), ma perchè non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, indipendentemente dal fatto che si sia in possesso di un titolo di studio. Quale impresa di lavori edili assumerebbe un laureato con nessuna abilità “manuale”? Quale ditta di impianti elettrici assumerebbe un diplomato senza conoscenze/esperienze da elettricista? Io sono italiano e sono laureato. Il lavoro che sto facendo (con grande passione) è in un campo totalmente differente da quello per cui ho dedicato anni di studi (e migliaia di euro) per laurearmi. Ho la sveglia alle 5.55 tutte le mattine per farmi 140 km di treno all’andata e 140 km al ritorno. Credimi…molti italiani si accontentano di quello che hanno. Inoltre ricordiamoci che l’Italia proveniva da un’età “dell’oro”, gli anni 80, in cui quasi tutti avevano stipendi dignitosi e le famiglie riuscivano a risparmiare per comprarsi la seconda casa al mare o in montagna. Viene naturale confrontare quella situazione (appartenente ai nostri genitori) con i giorni d’oggi, in cui lo stipendio basta a malapena a coprire le spese di vitto e alloggio. Un saluto.


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




 
Bed and Breakfast a Torino: vicino allo Juventus Stadium.
Internet mobile: riepiloghi delle tariffe e offerte internet mobile di TIM, 3 e Wind
Consulenza SEO: per posizionare il vostro sito sui motori di ricerca
Impianti fotovoltaici Torino: per un'energia più pulita! :)

Statistiche

  • 289,946 visitatori

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: